Quanti volti può assumere il valore della condivisione allacciato alla moda? Se ci soffermiamo con la generosità della riflessione, cercando di arginare l’istinto ben comprensibile dello sbuffo annoiato al sospetto dell’ennesima proclamazione di bontà fashion, ecco: magari potremmo godere di una serie di risposte che rivelano suggestioni piacevoli, persino rigeneranti, finanche salvifiche.
Ebbene, il suggerimento è appunto di arginare il sospetto e aprire la curiosità a percorrere questa narrazione: vedrete che la meta si rivelerà interessante!
Or dunque, torniamo al gesto della condivisione allacciato ai capi in guardaroba: senza azzardare voli pindarici dell’immaginazione, torniamo a quell’abitudine che di sicuro ognuno e ognuna di noi ha sperimentato nella propria biografia stilosa, e magari la esercita ancora, ovvero quella giocosa abitudine di allestire scambi reciproci di capi e accessori, che potremmo definire banalmente prestiti, ma in realtà son vere occasioni di condivisione leale, di celebrazione dell’inclusione, di capi e amici nei reciproci armadi, e d valorizzazione dell’individualità grazie alla generosità.
Ebbene, perché quest’insistenza con la condivisione? Perché il suo valore, moltiplicato su una scala sociale assai più grande, è racchiuso nell’intenzione e profuso dal titolo della nuova collezione capsule firmata Stella McCartney per l’autunno 2020.

Lo stile che percorre la capsule ha la sveltezza dell’estetica
utilitaristica, la praticità degli accenti streetwear, e la naturale identità del brand che con l’appeal della sartoria maschile ereditata dall’esperienza di Stella a Saville Row e incastonata nella sartorialità femminile gioca da sempre, tanto da averne fatto un motivo di riconoscibilità.
Or dunque, in collezione compaiono i pezzi iconici come i completi composti da giacca e pantalone, i cappotti dall’appiombo morbido, i trench metropolitani e piumini urbani, che si mescolano all’aspetto atletico di felpe e t-shirt su cui campeggia il logo rivisitato del brand. Mentre su camicie, short e pantaloni in seta e sulla maglieria monocromatica campeggiano le stampe realizzate in collaborazione con l’artista fumettista londinese Will Sweeney, già famoso per aver annoverato collaborazioni con Stussy, Converse e MTV: le stampe in collezione son immagini psichedeliche che mixano varie evocazioni, tra cui gli anni ’70, gli elementi grafici delle uniformi alle stazioni del gas americane, i volantini punk e qualche accenno di sottoculture Brit anni ’80.
A corollario le calzature: che partono dagli scarponcini da trekking, li innalzano su piante di dimensioni notevoli e li tingono di colori pop. Dulcis in fundo, la rassicurazione sostenibile: sull’uso del cotone organico per le t-shirt e le felpe in jersey, materiale che implica fino al 70% in meno di acqua rispetto alla produzione di capi in cotone convenzionale, e l’uso del poliestere riciclato per i parka, così da evitare materiali a base di petrolio vergine.

Stella McCartney, “Shared”: la capsule no gender ed eco-friendly con la condivisione come aspirazione e i giovani attivisti da ispirazione

Ed eccola la visione primaria, quella che da Prada s’infonde nella manciata concisa di creazioni in collezione: più i tempi si fanno complessi, più gli abiti diventano semplici.
Per chi al lessico pradesco è avvezzo, ci riconoscerà l’acme della quintessenza di Prada: la funzionalità che è la ragion d’essere del suo minimalismo, la praticità che è la ragione di fare anche attraverso materiali resistenti come quelli tecnici e ormai leggendari come il nylon. Il nylon by Prada, ovviamente: quello che ha segnato l’inizio della sua fama fashion e che adesso ne chiude il cerchio dentro una collezione che sembra un riassunto rapido eppur senza tempo della sua storia.
Non manca nulla: la silhouette così affilata da sembrare brutale, la camicia bianca netta e geometrica che mai scompare, la mancanza assoluta di qualsiasi orpello che lascia spazio al protagonismo dei materiali e della conciliazione dei loro opposti, come quando i tessuti di derivazione industriale vengono trattati con manifatture classiche, quando l’asciuttezza delle forme quasi futuristiche viene giustapposta alle linee di derivazione formale. Accade così che l’abito con l’elegante gonna vaporosa ha tutta l’efficienza pratica del nylon seppur attraversato dal pizzo, il pantalone asciutto a staffa si aggancia alla ballerina con la punta più o meno affilata, la maglina sottile compone completi da sfoggiare anche fuori casa sotto un soprabito snello, il dinamismo dell’abbigliamento sportivo bianco candido tratto da Linea Rossa si mescola alla delicatezza quasi fragile dei colori pastello dei maglioni soffici e degli abiti tratti dalla lingerie. Unici vezzi: un paio di fiocchi così esatti da apparire grafici e un paio di motivi floreali che s’insinuano in una carrellata di neri assoluti.
A rifletterci ben bene, però, c’è un aspetto non del tutto vero in ciò che ho appena raccontato, o forse non del tutto finto: alla fine della sfilata mai accaduta l’inchino di Miuccia Prada di fronte al suo pubblico accade davvero. Ma il pubblico non esiste, o meglio: esiste ovunque.