Conosco Giuditta da tanti anni, ma come spesso succede ci siamo persi di vista per un po’ ed è stato un social a farci riavvicinare. Ci sono rapporti che si interrompono per tanto tempo e poi basta un nulla per riaccenderli e sembra di essersi parlati e confrontati il giorno prima e che non siano passati dieci anni, mi è capitato con lei, riscoperta anche come artista. Il ritratto che ha realizzato per me poco dopo la scomparsa della modella Stella Tennant, raffigurante la più legante e aristocratica fra le supermodel, mi è molto caro, mi rimanda perfettamente a quella malinconia e tristezza che ora il ricordo porta con sé, mentre dall’altro lato il ritratto che Giuditta Matteucci ha realizzato con il sottoscritto come modello è forse uno dei più belli che mi hanno fatto, mi ritrae con questo sguardo nostalgico, totalmente mio, ma anche con un guizzo di frenesia, di voglia di fare, che è altrettanto mio. Ho pensato di raccontarvi un po’ chi è Giuditta attraverso le sue opere, fra il naif e il pop, fra la grafica e l’illustrazione, e con una chiacchierata, certo che susciterà anche la vostra curiosità.

Come sei arrivata al mondo dell’arte e dell’illustrazione?
Arte per me è emozionarsi nella scoperta delle meraviglie del vissuto quotidiano, ma anche della complessità della conoscenza. Per creare arte bisogna innescare in chi ne fruisce tanti meccanismi invisibili interiori. Si basa sull’intuizione, ma anche sull’ineffabilità del concetto che l’ha smossa.
Sebbene io disegni fin da bambina ho considerato in passato l’illustrazione, il figurativo, il graphic novel come un’arte minore e quindi messa da parte per seguire l’amore per un’arte che era più concettuale e meno descrittiva. C’è stato un periodo di repulsione per il disegno.
Non ho mai abbandonato la passione viscerale per l’arte perseguendola tramite il design, la moda, la fotografia di moda. Non sono fotografa e non ho mai esercitato come designer di prodotto però lavoravo come Art Director e potevo mescolare le mie conoscenze con una equipe di artisti e professionisti.
Non so neanch’io come, ad un certo punto combino un po’ di casino con la mia vita e mi ritrovo abbastanza lacerata, tocco il fondo e decido di disegnare un po’ per aiutarmi, per fare qualcosa che sapevo fare, che mi piaceva fare.
Così comincio a realizzare i primi disegni a china e con l’aiuto delle mie competenze anche digitali li scansiono, coloro al computer frantumando delle foto, creando colori, pattern. Decido di pubblicarle su Tumblr e da lì non ho più smesso di fare l’illustratrice.
Grazie alla presenza online incomincio a collaborare con molto Underground musicale.
Mi riavvicino all’illustrazione e ci faccio pace.
E da lì non mi allontano più, per me arte-illustrazione si compenetrano, uniscono il mio carattere narrativo pop-punk con quello più snob elitario.

Fra i tuoi lavori ricorrono dei personaggi fissi, sembrano dei fantasmini, ce ne parli?
Io ho una ossessione per gli animaletti, i “mostrini”, ho sempre disegnato mostrini, dei famigli per persone adulte, degli spiriti guida, dei demonietti buoni, presenti, amichevoli.
Nascono dal mio bagaglio visivo, ma anche da una certa spiritualità, spontaneamente, anche perché sono piena di fantasmi e allo stesso tempo a volte empatizzando molto riesco quasi a percepire anche i fantasmi degli altri. Questi fantasmi mi seguono e si mescolano, si palesano attraverso il disegno.
Il mio tipo di illustrazione è molto legata al fumetto, ma al contempo anche a quelle sottoculture che poi sono diventate streetart. Questi fantasmi sono anche un po’ punk e diciamo che “squatterano” un po’ delle immagini che ricerco e che non hanno proprietario.
Ho messo insieme i miei fantasmi in un progetto continuativo e che si chiama Lost Ghosts, creato per unire l’illustrazione alla fotografia e realizzare immagini che fossero un progetto duraturo nel tempo. ( https://giudittamatteucci.it/lost-ghosts/ )
Oltre ai fantasmi mi occupo anche di ritrattistica perché amo indagare i volti, conoscere le persone, le loro storie e immaginarle e soprattutto donare amore, perché disegnare una persona è un po’ conoscerla, anche se non l’hai mai conosciuta veramente.
Un altro progetto completo che porto avanti è quello di vignettista e ho dei personaggi, che chiamo Bianchettə che utilizzo sia per tavole più “strip”, personaggi emotivi, buffi e inclusivi con cui descrivo il mio quotidiano. Un po’ dei miei alter Ego.

Artista a 360 gradi, Giuditta Matteucci ci parla di arte e di come si rinasce anche grazie ad essa dopo momenti bui

Chi ti ispira, quali mondi ti influenzano, cosa ami al di là del tuo lavoro?
Come dicevo prima le emozioni, infatti in passato ho incasinato spesso la mia vita credendo che dovessero sempre essere eccessive per poter creare cose veramente valide.
Quando provo emozioni provo anche una necessità impellente di disegnare o scrivere a qualsiasi ora del giorno e della notte.
Poi sicuramente dirò una banalità, ma per me è molto importante il ricongiungimento con la natura: guardare gli alberi, riappacificarmi con me stessa davanti al mare.
Sono anche una grande amante del cinema, quando ho spazio per me amo vedere dei film con fotografie bellissime e storie laceranti.
Al cinema amo i due differenti Anderson, ridendo una volta un mio amico mi disse che rispecchiano le mie essenze, Paul Thomas Anderson (“Il filo nascosto” è forse il mio film preferito) e Wes Anderson. Inquadrature, colori, complessità delle emozioni nei loro film sono di grandissima ispirazione per me.
Di solito l’ispirazione non nasce da letture narrative, anche se adoro leggere, ma magari da saggi o autobiografie sì. Le persone. Le persone sono il fulcro del mio lavoro quindi le storie delle persone quello che hanno fatto che si portano dietro, quello per me fonte veramente inestimabile di ispirazione.
La persona, l’icona, che in maniera sciamanica unisce tutti i momenti della mia vita invece è Patti Smith, sono abbastanza ossessionata dalla sua vita oltre che dalle sue produzioni. Mi piace il suo modo di approcciare la vita, i suoi amuleti, il suo essere punk-folk, la sua umanità in tutto quello che crea.

Che cosa è la moda per te?
Domanda bellissima e allora: la moda per me è uno strumento che ti da la possibilità di esprimerti e ti identifica non solo nella società, ma anche con te stesso.
Mi piace anche la sua valenza di performance, l’Alta Moda.
Io è come se la vivessi “da fuori” come una cosa che conosco, amo, ma che non mi appartiene, che non merito. Personalmente mi sento fuori moda, spesso mi sembra tipo di vestire una divisa nel senso che mi metto solo le cose che mi fanno stare bene, sempre le stesse, spesso sono vestita di nero, però la moda la conosco, la comprendo, potrei osare, amare quello che indosso invece continuo a vivere con quella che io chiamo “la sindrome di Jo March”, dove mi sento sempre fuori luogo, in posti come il ballo in cui servono i guanti, ma io ne ho solo uno e forse bucato.
La moda la vedo quindi più come una forma d’arte, un qualcosa che a cui aspirare, guardare da qui, aspirare, applicare agli altri, quegli altri (che siano personaggi, fantasmini o mostrini) che sono nelle mie opere.
Una cosa che amo della moda è il suo stretto legame con la fotografia, l’arte e la concettualità. La moda è sempre duplice: da una parte servita serve ad educare diversi strati della popolazione (basti pensare al vintage, alle certificazioni, alla moda sostenibile ma anche a livello visivo a equilibri e bilanciamenti di forme e colori) dall’altra a distruggere sistemi di produzione e a saturare mercato e natura. Un’arma a doppio taglio.

E l’eleganza invece?
Se penso all’eleganza penso ad un dettaglio al posto giusto. Ad un silenzio. Ad una foto in bianco e nero contrastata ed equilibrata.
L’eleganza è uno stato della mente, non raggiungibile da tutti.
Se penso ad una celebrità contemporanea penso sicuramente a quella creatura straordinaria che è Billy Porter.

Progetti e sogni per il futuro?
Continuare a stare bene con quello che faccio, a piccoli passi, con obbiettivi umani, senza snaturarmi. Vorrei poter fare solo l’illustratrice (ora mi occupo anche di grafica e visual design), sto impostando delle storie, pubblicare qualcosa di mio.
Un tempo pensavo che avrei voluto “sfondare”, ma ho capito che non necessariamente questo significa stare bene o fare quello che ti piace e soprattutto che certe dinamiche non sono in sintonia con i miei valori, quindi mi auguro di procedere così e trovare le mie nicchie.
A proposito di nicche un sogno che ho è avere un luogo tutto mio, uno studio dedicato solo per me e i miei personaggi.